Il fumo rappresenta uno dei fattori di rischio modificabili più rilevanti — e allo stesso tempo più trascurati — nella gestione del diabete di tipo 2 (T2D). Nonostante solide evidenze dimostrino che smettere di fumare riduca eventi cardiovascolari, complicanze e mortalità precoce, la cessazione del fumo non è ancora pienamente integrata nella pratica clinica routinaria.

Un nuovo commento di CoEHAR pubblicato sul Journal of Diabetes evidenzia quello che gli autori definiscono come “inerzia nella smoking cessation”: un persistente divario tra ciò che è noto a livello scientifico e ciò che viene effettivamente applicato nella pratica clinica.

A livello globale, circa un adulto su cinque con T2D continua a fumare (20,8%), con prevalenze ancora più elevate in regioni come l’Asia orientale e il Pacifico (28,0%) e l’Asia meridionale (26,0%). Questi dati sono solo lievemente inferiori rispetto alla popolazione generale, suggerendo che la diagnosi di diabete non si traduce sistematicamente in una riduzione significativa del consumo di tabacco.

Questo è particolarmente preoccupante, considerando che il fumo nel T2D non rappresenta un semplice fattore legato allo stile di vita, ma un vero e proprio amplificatore di rischio clinico, in grado di aumentare significativamente la mortalità. Al contrario, la cessazione dal fumo è associata a miglioramenti sia degli esiti microvascolari sia macrovascolari e può anche potenziare l’efficacia delle terapie antidiabetiche.

Il problema, tuttavia, non è la mancanza di evidenze, ma la loro implementazione. Il commento individua ostacoli a diversi livelli:

  • a livello del paziente, fattori come la paura dell’aumento di peso e lo stress legato alla gestione del diabete possono ridurre la motivazione a smettere;
  • a livello del medico, vincoli di tempo, formazione limitata e il ricorso a consigli generici e non strutturati ostacolano interventi efficaci;
  • a livello del sistema sanitario, percorsi assistenziali frammentati, follow-up insufficienti e limitati meccanismi di rimborso rendono difficile garantire un supporto continuativo.

Nel loro insieme, questi fattori contribuiscono a un approccio frammentato e poco prioritario al trattamento del tabagismo nella cura del diabete, in cui la cessazione raramente viene considerata un obiettivo terapeutico centrale.

Colmare questo divario richiederà un approccio più integrato e strutturato, che includa la cessazione del fumo nella gestione standard del diabete e garantisca un supporto personalizzato e continuativo nel tempo. Per i pazienti che non riescono a smettere nonostante tentativi ripetuti e supportati, gli autori indicano anche un possibile ruolo pragmatico delle strategie di riduzione del danno, purché l’obiettivo rimanga la completa eliminazione del consumo di prodotti combusti.

Con la maggior incidenza del diabete a livello globale, il messaggio è chiaro: la sfida non è più produrre evidenze, ma assicurare che vengano tradotte in pratica clinica.

Come sottolinea il Prof. Riccardo Polosa, co-autore del commento:

“Sappiamo già che smettere di fumare è uno degli interventi più efficaci per migliorare gli esiti nei pazienti con diabete. Il vero problema è che non viene ancora trattato come una componente fondamentale della cura. Colmare questo divario significa passare dalle evidenze all’azione — e rendere il trattamento del tabagismo parte integrante della gestione del diabete.”

Riferimento bibliografico

Adebisi YA, Misra A, Polosa R.
Smoking Cessation Inertia in Diabetes Care.
Journal of Diabetes. 2026;18:e70215.
DOI: 10.1111/1753-0407.70215