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CoEHAR, LIAF e VAP Polonia per chiedere meno tasse sulle ecig

Feb 28, 2020

Costanza Nicolosi, esperta di regolamentazione internazionale per LIAF e CoEHAR ha partecipato il 26 Febbraio ad una conferenza stampa promossa dall’Associazioni di produttori polacchi Vaping Association Polska (VAP) che si è tenuta al Centrum PAP di Varsavia per parlare dell’aumento esponenziale delle tasse sui liquidi per sigaretta elettronica che il governo polacco vuole imporre ai produttori. 

Per spiegarvi ciò che sta accadendo e per capire la portata del fenomeno polacco, non serve in realtà riproporvi le percentuali, basta raccontarvi di una piacevole (magari un pò fredda) passeggiata tra le vie della Old Town di Varsavia, passando da Palazzo della Cultura sino ad imboccare la Strada Reale. E’ incredibile il numero di svapatori che si incontrano in questo piccolo ma significativo angolo di Polonia. Dal modo in cui utilizzano lo strumento, sia esso una sigaretta elettronica o un riscaldatore di tabacco, gli svapatori polacchi sono davvero tanti e si intuisce sin da subito che non si tratta di un fenomeno passeggero ma di un vero cambiamento storico.

La Polonia non è l’Italia però. Nei bar e nei ristoranti di Varsavia non è possibile svapare, al pari di fumare. Per fumare e svapare sono accessibili le aree per fumatori, ma quelle polacche hanno qualcosa di strano: i fumatori sono quasi scomparsi. Più del 60% dei giovani o degli adulti che occupano queste aree sono svapatori. Almeno è questo ciò che noi notiamo ad un primo sguardo.

Come ha spiegato bene Piotr Zieliński, presidente di VAP: “In Polonia vengono venduti ogni anno circa 1 milione di litri di liquidi per sigarette elettroniche“. Una diffusione incredibile che richiede al governo polacco – come spiega il presidente: “Un comportamento più equo”. L’aumento delle accise sui prodotti svapo che dovrebbe entrare in vigore già a Luglio con un’accisa di 55 gr/ml di liquido: “non solo incrinerebbe le sorti del mercato ma porterebbe ad un preoccupante aumento del mercato nero“.

Attualmente, infatti, questi prodotti non sono soggetti a imposta e, secondo i rappresentanti di VAP, un forte aumento delle accise farà sì che i prezzi possano addirittura raddoppiare. 

L’aumento del costo delle sigarette convenzionali – ricorda lo stesso Zieliński – è stato un processo che è durato 20 anni. E’ incredibile che quello per le ecig invece debba essere così drasticamente prematuro. Noi chiediamo che ci siano almeno i tempi necessari per non distruggere il settore“. 

Ipotesi confermata anche dalla dr.ssa Costanza Nicolosi: “In Italia – ha ricordato – l’introduzione di accise elevate ha causato il fallimento di oltre il 70% delle società operanti nel settore e ha prodotto la conseguente perdita di oltre 2.000 posti di lavoro. Il rischio reale – spesso confermato anche dal prof. Riccardo Polosa che ha basato decine delle sue ricerche su questo campo di studio – è che i fumatori, scoraggiati per i prezzi alti delle ecig, possano essere distolti dalla sana scelta di passare alle sigarette elettroniche o addirittura di tornare al fumo di sigaretta convenzionale. E sappiamo che le sigarette elettroniche sono per il 95% meno dannose delle convenzionali“. 

A rendere ancora più complessa la situazione polacca è stata la ripercussione internazionale che la vicenda EVALI ha portato dall’America in tutto il mondo e, come sottolinea Zieliński: “Quello che proponiamo come aziende è l’introduzione di codice etico che imponga ai negozianti una certificazione valida per la vendita e chiuda ai minori la possibilità di accedere al mercato di ecig”. 

Numerose domande da parte dei venti giornalisti presenti in conferenza sono state rivolte anche al professor Piotr Abdrzej Sobczak dell’Università Silesian Medical: “La cronaca internazionale ha ormai abbondantemente chiarito cosa è successo davvero in America. Quello che di certo sappiamo sulle sigarette elettroniche è che rappresentano uno strumento molto meno dannoso delle sigarette convenzionali. La spiegazione è molto semplice – ha aggiunto il luminare polacco – non è il dispositivo a dover essere colpevolizzato ma il modo in cui gli utenti lo hanno utilizzato”.